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Viaggiare

Belgrado: che delusione!

Belgrado: che delusione!

In realtà Belgrado non è stata una vera e propria delusione come ho scritto nel titolo per il semplice fatto che non avevo grosse aspettative su questa città fin dall’inizio. Istintivamente, pur non essendoci mai stata, non mi trasmetteva sensazioni positive. Non intendevo andarci, preferendole altre mete che reputavo più interessanti, ma sono state le circostanze a portarmi lì, lasciandomi poche altre alternative.

In viaggio verso la Serbia

Se vuoi uscire da Sarajevo e dalla Bosnia non hai di fronte a te moltissime opzioni. Il paese non è collegato in maniera ottimale al resto del mondo e le uniche possibilità che avevo erano la Serbia e la Croazia. Non volevo andare in Croazia, almeno non a questo giro, quindi mi sono diretta verso la Serbia con un autobus mattutino che mi ha costretta a svegliarmi prima dell’alba.

Un viaggio gradevole su un autobus un po’ sgangherato ma efficiente, mi ha portata ad attraversare le bellissime montagne della Bosnia, che ti ritrovi giusto ai lati della strada, che viene chiusa come un corridoio attraverso cui la fitta vegetazione non lascia passare il sole. Ogni tanto le montagne si aprivano, mostrando ai nostri piedi una città o un villaggio chiusi nella vallata.

Attraversare la Bosnia in autobus è stata un’esperienza incredibile. Appena siamo entrati in Serbia, dopo un doppio controllo di frontiera, il paesaggio però è cambiato radicalmente, facendosi subito piatto, privo di quelle splendide montagne che ci avevano abbracciato fino ad alcuni attimi prima. Un paesaggio sicuramente non inedito come quello della Bosnia. Le scritte in cirillico avevano sostituito quelle in alfabeto latino e le chiese ortodosse avevano preso il posto delle moschee. Poi siamo arrivati a Belgrado.

Architettura comunista a gogo

Su Belgrado non avevo grosse aspettative, è vero, eppure qualcosa mi aspettavo. In fondo non mi sembrava giusto giudicare una città che nemmeno conoscevo, quindi sono andata a fare le mie solite ricerche online prima di visitarla e ne ho letto opinioni entusiastiche. C’era chi la indicava come la città più bella dei Balcani. Anche le opinioni degli altri viaggiatori che avevo incontrato in ostello a Sarajevo erano state piuttosto positive. Nel confronto con la tranquilla capitale bosniaca ne usciva sempre vincente. Non riuscivo a capire come fosse possibile perché per me Sarajevo è un autentico gioiellino. Però forse mi stavo sbagliando nell’essere così categorica sopra Belgrado: forse era davvero una città meritevole.

E invece no! Belgrado non è davvero nulla di speciale. Appena esci dalla stazione ti assale il traffico. Una grande strada in cui sfrecciano le vetture sullo sfondo di palazzoni del periodo comunista. Se interessa questo genere di architettura, allora Belgrado potrebbe essere la città giusta. In città, sia in centro che in periferia, non si elevano altro che palazzoni in questo stile. Uno stile che può avere un certo fascino nella sua bruttezza, ma che è talmente monotono e ripetitivo che alla lunga stanca.

Io ho avuto modo di ammirarlo e apprezzarlo per la prima volta a Sofia, la capitale della Bulgaria, addirittura vivendoci in uno di quei palazzi. Ma dato che questo stile si ripete sempre uguale in ogni città facente parte dell’ex blocco comunista, ritrovarsi in una città che ha solo quello da offrire non è un’esperienza di viaggio particolarmente esaltante. Se volete vedere lo stile comunista, consiglio sicuramente Sofia, che, oltre a quello, ha anche altre cose da mostrare al visitatore.

Una terra su due fiumi

Belgrado però ha una particolarità: è bagnata non da uno, ma da ben due fiumi. E’ sicuramente una cosa difficile da trovare in una città, che non avevo mai visto prima. Mi avvio allora verso il punto di confluenza del Sava nel Danubio. Mi piacciano molto le città fluviali, il fiume conferisce solitamente loro una certa personalità. Qui ce ne sono addirittura due. Ho gradi aspettative.

Per arrivare alla mia meta devo scarpinare un bel po’. Di solito vado sempre a piedi, a meno che le distanze non siano proprio proibitive, ma Belgrado è una città grande e richiede il suo tempo attraversarla. Attraverso stradoni affiancati dai soliti edifici comunisti. Ad un certo punto arrivo nel centro, il vero fulcro della città, la piazza della Repubblica, che però è inaccessibile per via dei lavori in corso. Proseguo verso i fiumi e mi ritrovo nel parco Kalemegdan, la porta d’accesso alla fortezza di Belgrado, una delle poche cose interessanti che ho trovato in città. 

Il forte cittadino fu costruito dai celti, per essere poi riutilizzato dai romani e dai turchi. Si erge in posizione strategica, sovrastando i due fiumi e la periferia cittadina. Da lì il panorama è interessante. Si vede il Sava entrare nel Danubio, che prosegue il suo percorso verso il mar Nero. Una verde isoletta centrale divide il Sava in due braccia. Sulla riva opposta si erge la periferia di Belgrado, anch’essa fatta esclusivamente di palazzi nello stile che ben sappiamo. Ma sull’altra riva, quella che si trova ai miei piedi, mi aspettavo di trovare più vita. E lungo i fiumi cittadini che solitamente si riversa l’umanità urbana alla ricerca di bellezza, relax e svago. Qui non c’è niente sulla riva, nessuna traccia umana ma solo qualche albero intervallato da alcuni ruderi. Evidentemente la movida cittadina si svolge da qualche altra parte.

Rientrando faccio un salto a Skadarlija, un quartiere che ho letto essere caratteristico. Frequentato da gitani, turchi e rom, venne poi riqualificato e occupato da artisti, poeti e letterati. Insomma una Montemartre serba.Ci sono ristoranti pullulanti di persone affamate e ognuno di essi ha musicisti che allietano il pasto con musica e canzoni slave.

La seconda chance

Ho già deciso di non prolungare la mia permanenza a Belgrado, ma voglio darle un’altra possibilità. Domani farò un giro della città insieme ad una guida per capire grazie ad un esperto se mi sto perdendo qualcosa di bello che i miei occhi non riescono a vedere. Così mi unisco al free tour della città alle spalle della piazza della Repubblica, recintata per lavori in corso.

Facciamo una lunga passeggiata, che dura ben due ore e mezzo, ma mi resta l’amaro in bocca. Non andiamo neanche al forte, vero punto d’interesse di questa città. Considerate le grosse distanze qui in città, si trova troppo fuori mano per essere visitato in un tour a piedi. Ma quello che la guida ci mostra non ha nulla di speciale. In due ore e mezzo di tour apprendo che uno degli alberghi più importanti della città, con prezzi da albergo di lusso, è arredato con mobili Ikea e ha alcune stanze senza finestre, che Belgrado è una città dove volendo si può spedire una cartolina (ma chi le spedisce più le cartoline?) anche a mezzanotte perché la posta centrale è aperta 24 ore su 24 oppure che in città è presente il primo Mc Donald’s dei Balcani. Ho anche appreso quali sono i migliori posti per acquistare souvenir e dolci locali. Tutte notizie poco importanti perché in effetti la città non ha molto da offrire.

Il momento più emozionante di tutto il tour è stato quando, del tutto casualmente, abbiamo incontrato lungo la strada Yugo, il modello di utilitaria tanto comune nei paesi della Ex Yugoslavia che ricorda l’italiana Ritmo. Un’auto che ha fatto storia qui nei Balcani come da noi i modelli storici della Fiat. Interessante anche il museo Tesla, dedicato allo scienziato nato nell’attuale Croazia. Non ho avuto modo di visitarlo, ma può essere una buona idea farci un salto se si ha tempo.

Un’altra città ferita

Le informazioni che ho trovato interessanti sono state quelle che la guida ci ha dato sulla guerra del 1999. Devo ammettere la mia ignoranza al riguardo. Si tratta di una storia che è stata fatta quando io ero bambina, una storia che non ho studiato sui libri di scuola perché quando ci sono andata io era talmente recente che non era stata ancora scritta. Eppure è una storia che mi interessa molto conoscere e approfondire.

Ho notato che in Bosnia non si ama parlare della guerra. In un paese che ne porta ancora i segni tangibili nel paesaggio, la gente cerca di voltare pagina e guardare verso il futuro. Qui a Belgrado invece se ne parla di più. Almeno quella ragazza che ci ha accompagnato in quel tour aveva voglia di spiegarci quello che era successo alla sua città, bombardata nel 1999 dalla NATO. Ci ha detto che ha perso il padre e numerosi cugini in quella guerra combattuta per evitare la separazione del Kosovo, una regione troppo storicamente importante per la Serbia, di cui costituisce il nucleo originario.

Ci ha mostrato i palazzi bombardati, poi ci ha portato davanti al monumento dedicato ai bambini morti durante la guerra. Quello mi ha fatto male. E’ lì che ho capito che non è importante identificare i responsabili, additare un popolo come criminale, perché una guerra è sempre una brutta esperienza per entrambe le parti in gioco. Perché la guerra non la vogliono quasi mai le persone comuni, però sono costrette a subirla. Le guerre sono decise da pochi, ma è la moltitudine a subirle.

La resa dei conti

Il nostro giro si è concluso presso San Sava, la chiesa ortodossa più grande al mondo. Il vero simbolo della città, che non si può fare a meno di vedere. Davanti a quelle imponenti cupole ho tratto le somme: Belgrado non mi è piaciuta come città. Troppo caotica in un momento in cui cercavo pace. Troppo anonima dopo che mi ero rifatta gli occhi con la bellezza di Sarajevo.

Però ci sono alcune cose che mi sono piaciute: mi è piaciuta la gente, solare e socievole, mi è piaciuto il cibo take away, quella fragrante pasta sfoglia ripiena di formaggio, patate o spinaci, mi sono piaciuti i prezzi, perché la città è super economica, mi è piaciuto trovare un bagno col bidet. E poi ci sono le esperienze che non ho vissuto, ma che ho sentito dire la caratterizzano. Dicono che sia una città molto giovane, con una vivace vita notturna. Io non sono particolarmente interessata a queste cose, ma per chi lo è può essere un input per visitarla.

E poi il fatto che non mi sia piaciuta non significa che mi pento di esserci stata. Ogni posto va visitato perché prima di farlo non sappiamo qual’è l’impressione che ci farà e perché la vera bellezza la riconosciamo solo se confrontata a qualcosa che abbiamo visto e non ci è piaciuto.

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Fotografo per passione e scrivo per il web per professione. Immagini e parole le uso per comunicare al mondo il mio mondo. Credo in uno stile di vita minimalista ed itinerante, perché la felicità è nella semplificazione e nella scoperta.

2 Commenti

  1. Cara Giorgia,
    è stata una avventura prendere l’autobus lì, immagino.
    Permettimi però di ringraziarti: finalmente trovo un’autrice che dice come le cose come stanno davvero. Spesso le travelblogger pure delle autentiche cacate dicono che sono belle!
    CIAO, a presto

    Rispondi
    • L’onestà è la prima cosa, poi si tratta di impressioni personali, quindi da prendere con le pinze. Anche se a me non è piaciuta, non è detto che ad altri non possa piacere.

      Rispondi

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